sabato 25 febbraio 2017

L'irresistibile bisogno di incastrarsi in un'etichetta.

Incastrarsi, esatto.
Perché nelle etichette mi ci infilo a forza e mi stringo, e mi storco, per entrarci anche a distanza di tempo. Come molti altri, penso.

Questo blog era nato con l'intento di approfondire la tematica della malattia sociale dell'hikikomori - chi ha letto i miei primissimi post lo sa, e vede con quali ottimi intenti mi ero lanciata, forse maldestramente, perché ignorante, perché non conoscevo l'argomento se non per esperienza diretta, perché non avevo altra storia da raccontare se non la mia.
Con la goffaggine di chi vuole dire dall'angolo di uno spazio web: ebbene sì. Io ho rinunciato alla vita. Questo non mi crea vergogna, perché vedete, la mia è una malattia, condivisa da molti altri che vivono con la mia stessa angoscia l'essere nel mondo. Si chiama "sindrome hikikomori". Si chiama "bulimia nervosa". Qualcosa sono, vedete. In qualche modo sono parte di questa umanità e sapete che vi dico?, pretendo di starci, e lotterò per starci. Se per far ciò devo umiliarmi, se per far ciò devo mettermi in fila con gli ultimi, con gli infelici, non importa. "Vivere" vuol dire anche questo. Non solo essere felici, non solo avere un posto nel mondo.

La società ci dice "conformatevi, obbedite, mirate al successo, mirate ai soldi, mirate all'avvenenza fisica". "Mirate a diventare qualcuno"... quando non è chiaro cosa voglia dire questo "qualcuno". Ci dice: per essere felici, dovete fare questo e quello, dovete essere così e cosà, dovete avere qualcosa che superficialmente vi fa sentire dei vincenti. Questo qualcosa è: amici; lavoro; studio/titolo di studio. Queste tre cose sono assolutamente necessarie. Qualcuno parla di amore; in realtà l'amore non è importante per il sistema quanto il sesso.
L'essere delle persone pure ti rende vulnerabile e in pericolo. Devi cambiare. Devi "crescere".
Crescere vuol dire: abbandonare la purezza dell'infanzia, la semplicità, l'innocenza, i valori più onesti, per rendere te stessa un monumento al successo. Un desiderio quasi istantaneo, da consumare sul momento e poi, quando non più appetibile, perché sei ingrassata, perché sei invecchiata, gettato via come una cartaccia in un bidone.

Questo è quello a cui la gente mira, e io che sono lontana anni luce da questi prototipi, non posso che star zitta parando tutti i colpi, tutti i "fallita", i "pazza", gli "stupida", i "troia".
Trovo irritante in particolare il termine "fallita". Perché essere falliti è una questione di prestigio, sempre relativo e conformato agli standard della massa. Non sei una fallita se studi, se lavori, se sei autonoma, se hai una vita sociale, se - oltretutto - scopi. Relativamente a questi goals, io sono una fallita. Ma sapete che vi dico? Che non ne ho bisogno. Che seguirò la mia strada, troverò un posto, ma senza rinunciare alla mia individualità. La felicità individuale non si conta in successi. E' svincolata dalle circostanze. Perché dovrei disperarmi, piangere e stare male, solo per trovare altri motivi per disperarmi, piangere e star male?

Ma ho bisogno di stare con le altre persone. Questo sì. Ed è per raggiungere le altre persone, che devo lottare. Lo studio e il lavoro non sono che dei pretesti. Io questi pretesti li otterrò non per gonfiare il petto e dire "sono una plurilaureata" o "sono una che ha un ruolo in società", ma solo ed esclusivamente per salvarmi da me stessa.
Perché le opzioni sono due: vita o morte. La morte la conosco bene. L'ho assaporata a lungo. Ne ho costantemente il sapore sulla lingua. E ho capito che il tempo è scaduto. E che non fa per me.
Dunque non mi resta che provare l'altra strada, e se Dio esiste, deve darmi la forza di farmene uscire tutta intera, con delle schiene da abbracciare e delle mani da stringere.


giovedì 23 febbraio 2017

Aspetto la nomination ai Darwin Awards.

Qualche giorno fa mi sembrava di aver fatto dei passi in avanti: era già un po' che mi complimentavo intimamente con me stessa perché sto reggendo bene il contraccolpo dei kg di troppo. Non sono più come da adolescente e da bambina. Allora non avevo il diritto di essere felice perché ero a un passo dall'obesità. Oggi, in quell'obesità dimostrata dalle tabelle del BMI (che cerco di ignorare, perché non sono esatte e si basano su una corporatura di tipo nordico e bla bla (scuse per non affrontare il problema)) mi ci trovo già da sette chili e la sto prendendo bene.

Credevo di aver capito così.

Di fatto, oltre una superficie di apparente tranquillità, c'è un rifiuto profondo e viscerale di tutto ciò che significa essere me.
Prendiamo in esame la cretinata perché la cretinata è facile, da affrontare e relativamente anche da contrastare - ecco, prendiamo in esame la cretinata e finiamo a parlare di dieta, kg di troppo, calorie, metri da sarta qua e là, improbabili taglie che vanno dalla 46 alla 52 e senza alcuna coerenza mi calzano sempre a pennello. 
Andiamo a sviscerare la cretinata della dieta e della forma fisica ed entriamo nei negozi di vestiti online. Similmente a come fanno quelli che entrano al supermercato e se ne escono senza aver comprato niente, li visito con gioia quando mi capita, osservando fisici asciutti o rotondeggianti sfoggiare la propria silouette, evidenziata dai vestiti che più fanno al caso loro; tutto questo senza però mettere niente nel carrello (perché "quando dimagrisco me lo compro").

E constatiamo, non nella superficiale osservazione del mio stato d'animo quotidiano, ecco, a partire dal mio umore in apparenza spesso scanzonato, ho realizzato di non essermi mai odiata tanto in vita mia. Con tutti i pensieri positivi di cui mi sono ingozzata alla "devi volerti bene", "devi essere tua amica", se mi avessi davanti mi sputerei addosso e mi prenderei a calci in faccia.
Uno stato d'animo "a cipolla", nel quale fa capolino la convinzione che razionalmente giudico patologica del sentirsi la persona più grassa e brutta del pianeta.

In teoria riconosco che non è così; in pratica guardo "Vite al limite", e osservo una ragazza, una bella ragazza, così bella che i suoi 292 kg non riescono ad occultare la sua bellezza. Una delle tante protagoniste del programma, morbosamente obese. E penso: "Lei è appesantita. Ma io sono messa peggio".

A questo punto credo di essere arrivata a un livello di rifiuto talmente profondo che la pseudo-indifferenza con cui sto affrontando i miei 79 kg non è che l'espressione di quanto sono stanca di lottare.
Ho capito un'altra cosa di me stessa, osservandomi negli ultimi giorni: che io non voglio dimagrire. Non voglio essere attraente. Non voglio essere felice.
Quante volte mi sono trovata davanti alla possibilità di uscire dalla condizione di obesità che mi affligge? Quante volte ho avuto la caparbietà di dimagrire sul serio? Tante volte, ed altrettante volte ho sabotato tutto all'ultimo momento. 
Il mio è un notevole sovrappeso che rischia di mettere a repentaglio anche la mia salute. Ma come posso preoccuparmi della mia salute?

Con l'obbiettività di chi dà a Cesare quel che è di Cesare, spezzo una lancia in mio favore: ho una buona capacità di mettermi nei panni degli altri. Così, finito di rileggere questo post, tutto quello che voglio è fare come fanno in molti: schifarmi, seppellirmi con una risata, augurarmi il cancro e dolore eterno ed altre cose di questo genere (aspetto suggerimenti). Perché? Perché sono una brutta persona. Non sto facendo del vittimismo. Sono veramente una persona meschina. E falsa, e subdola, un colossale bluff.

Cos'è che da persona comune mi ha trasformata in un mostro?
Ci sarebbe molto da scrivere, ma ho come l'impressione che non sia importante.

Ieri sera ho di nuovo tentato il suicidio. Non c'era disperazione in me, c'era la freddezza di una mente lucida che non riesce a togliersi dalla testa che è nata per errore, e per questo vive nell'errore e nel dolore. Mi chiedevo come fosse possibile che il mondo mi odiasse. Ed ecco che entra in scena il talento di mettersi nei panni degli altri: hanno sempre fatto bene, e anzi sono stati troppo magnanimi.

Dovessi morire in questo momento se non è quello che veramente penso.

Su "Vite al limite".

Questo simpatico nonnetto che stimola in me sentimenti di pura e semplice compassione si chiama Younan Nowzaradan - ed è stato assolda...